Portogruaro

Una Festa della Mamma speciale alla “Francescon” di Portogruaro

E’ stata una festa della mamma particolarmente emozionante quella vissuta ieri alla Francescon di Portogruaro. Per l’occasione, infatti, la struttura ha organizzato una speciale colazione tra familiari e anziane, coinvolgendo le 38 mamme della Residenza che hanno così potuto incontrare i loro figli consumando brioche calde e succhi di frutta. Le visite, come avviene da maggio del 2020, sono state svolte in modalità protetta, garantita da divisori in plastica e speciali guanti che hanno consentito il contatto. In mezzo, per rendere il tutto più confortevole, un tavolino adibito alla consumazione di cibo e bevanda. Otto le postazioni totali che hanno permesso di svolgere altrettante visite tra mamme e figli, per un totale di una sessantina di ospiti suddivisi nell’arco della giornata. Gli operatori dell’Ipab, i giorni antecedenti alla ricorrenza, hanno contattato tutti i familiari facendosi recapitare dei regali per la festa del 9 maggio. I prodotti, una volta sanificati, sono stati consegnati ieri a sorpresa alle destinatarie che hanno potuto scartare i pacchi regalo. Gli Amici della Francescon hanno donato una rosa a ogni mamma, benedetta durante la Santa Messa da don Lino Pigatto. «In un momento in cui noi volontari non possiamo essere fisicamente vicini agli anziani della Residenza», ha detto lo storico presidente degli Amici della Francescon, Luigi Sonzin, al momento della consegna delle rose, «abbiamo scelto di essere un fiore, segno di vita, nelle mani delle mamme della Residenza». «La festa vissuta ieri», racconta Alessandra Cester, tra i familiari presenti alla ricorrenza, «è stata un qualcosa che non dimenticheremo. Aver fatto colazione con la mamma, dopo così tanto tempo, ha restituito all’occasione un qualcosa di normale. Una sensazione che mancava ormai da 15 mesi. Emozionante è stato anche vedere l’apertura dei regali, con la lettura dei messaggi e delle lettere da parte degli operatori. E’ stato bello, anche tra noi familiari, potersi ritrovare a condividere una giornata felice dopo tanti momenti non facili in quest’anno di pandemia». Ai figli, al check-in, è stato invece consegnato un fiore di carta, simbolo scelto per la giornata. Sul fronte delle visite, quindi, la Residenza Francescon continua con le modalità adottate in questi mesi. Ogni settimana sono all’incirca un centinaio gli ospiti che entrano, dall’esterno, nel parco della struttura beneficiando di 5 postazioni usate a rotazione per gli incontri con i familiari. Un numero che si conferma anche per i prossimi 7 giorni. Domani e mercoledì, infine, sono in programma alcuni incontri durante i quali verranno spiegate le novità introdotte dalla nuova ordinanza della Regione.
Venezia

Il Padiglione della Lituania alla Mostra Internazionale di Architettura presso la Biennale

VENEZIA - La Lithuanian Space Agency presenta Planet of People dal 22 Maggio al 21 Novembre 2021, il Padiglione della Lituania alla 17ma Mostra Internazionale di Architettura – La Biennale di Venezia. 

Nella cornice unica della chiesa rinascimentale di Santa Maria dei Derelitti, la LSA propone un mondo immaginario nello spazio che unisce estetica gravitazionale e immaginazione cosmica. La mostra della LSA a Venezia è curata da Jan Boelen, commissionata da Julija Reklaitė e organizzata da Rupert, Center for Art and Education.
 
Fondata da Julijonas Urbonas, la LSA è un'organizzazione dedicata alla ricerca sull'architettura spaziale e l'estetica gravitazionale. L’agenzia è un’iniziativa astro-disciplinare che intende creare un’immaginazione genuinamente extraterrestre. Think tank e compagnia di logistica spaziale, la LSA ricerca e sviluppa la poetica logistica per stabilire modi alternativi di vivere e immaginare insieme, sia sulla Terra che oltre. Riconoscendo la natura radicalmente extraterrestre del cosmo, l'agenzia si concentra su come possiamo avvicinarci all'extraterrestre, anche guardando l’umanità dalla prospettiva di un alieno.

Secondo Boelen “La crisi attuale è una crisi di immaginazione. La LSA presenta prototipi che ci permettono di creare coreografie e sognare insieme. Il prototipo più ambizioso è una macchina per una fuga dalla Terra che può catapultarci tutti nello spazio, dove poi fonderci in un pianeta alternativo. Con questa proposta, progettata come una Gesamtkunstwerk, la LSA presenta una nuova possibile era spaziale. Un'era spaziale che restituisce potere alle persone, sottraendolo alla colonizzazione nazionale e commerciale dello spazio”.

Per la Biennale Architettura 2021, la LSA presenta il più recente progetto di Urbonas, Planet of People – uno studio artistico e scientifico su un ipotetico pianeta artificiale costituito da corpi umani. L’agenzia indaga le condizioni necessarie a realizzare la fantasia architettonica di Planet of People e solleva interrogativi sulle sue implicazioni sociopolitiche. Quando, liberati dai vincoli terresti, gli esseri umani diventano semplicemente i mattoni di questa nuova struttura extraterrestre, qual è il ruolo delle nozioni culturali ed etiche terrene? Al centro dell'installazione di Planet of People uno scanner 3D scansiona i partecipanti all'esperimento e li "invia" nello spazio come simulazioni animate. Al crescere dei partecipanti al trial di Venezia, i corpi scansionati iniziano a formare un nuovo pianeta.

“Siamo sempre più consapevoli della fragilità della Terra e della specie umana. E ci rendiamo sempre più conto che potremmo non avere un piano di sopravvivenza per quando arriverà la fine del mondo. Quali sono le alternative? Ci sono due opzioni: un funerale su scala planetaria o un monumento per la storia della Terra e dei suoi abitanti. È tempo di considerare entrambi”, afferma Urbonas. “L'immaginazione è inseparabile dalla realtà e viceversa. Non si contraddicono né si escludono a vicenda. Lo stesso vale per l'architettura: è tanto immaginativa quanto realistica. Le speculazioni scientifiche e architettoniche sono influenzate dai costrutti sociali e tecnologici tanto quanto esse stesse le condizionano. Su questo piano, quindi, Planet of People è reale tanto quanto la Torre Eiffel. L’unica differenza è che deve ancora essere costruito”.

La LSA include una serie di altre opere o "prototipi" di Urbonas, come Airtime, Barany Chair, Cerebral Spinner, Cumspin, Emancipation Kit, Euthanasia Coaster, Hypergravitational Piano, Oneiric Hotel. Questi prototipi si basano sulla ricerca di Urbonas sull'estetica gravitazionale, termine coniato dall’artista per identificare un nuovo tipo di architettura, design e arte. L'estetica gravitazionale si occupa del potere coreografico e locomotivo delle cose, sia reali che immaginarie, e degli effetti che queste coreografie hanno sui domini sensuali, psicologici e sociali. Ne sono esempi Cumspin, che sfrutta la gravità artificiale per aumentare il piacere sessuale umano, ed Euthanasia Coaster, una montagna russa che conduce con euforia alla morte. Questi lavori e ricerche costituiscono la base dell'installazione principale, Planet of People.

La LSA è inoltre lieta di annunciare l'uscita del suo primo report annuale, che sarà possibile acquistare sia in mostra che sul sito web dell’agenzia. Il report include una serie di testi sull’estetica gravitazionale di Urbonas e contributi di altri membri della LSA. Una parte sostanziale del report è dedicata a una presentazione approfondita di Planet of People, con studi di fattibilità condotti da numerosi ricercatori di diversi campi della scienza planetaria, come l'architettura spaziale, il design, l'arte e l'ingegneria, l'astro-antropologia, l'astronomia e l’astrofisica. Fra questi, Michael Clormann, Régine Debatty, Vidas Dobrovolskas, Hu Fei e Jia Liu, Li Geng, Theodore W. Hall, Craig Jones, Rebekka Ladewig, Xin Liu, Lisa Messeri, Michael P. Oman-Reagan, Joseph Popper, Lauren Reid, He Renke, Fred Scharmen, Ma Yansong e Zheng Yongchun.Durante la mostra a Venezia, la LSA approfondirà la sua ricerca sull'architettura spaziale e la presenterà al pubblico attraverso visite guidate e workshop condotti da Urbonas e Boelen. Inoltre, in collaborazione con altre istituzioni internazionali, la LSA continuerà a sviluppare il suo programma e a testare Planet of People anche dopo la Biennale Architettura 2021.

Indirizzo: Chiesa di Santa Maria dei Derelitti - Barbaria delle Tole, 6691 (Castello), 30122 Venezia
Per maggiori informazioni, immagini e interviste: media@lithuanianspace.agency
Vilius Balčiūnas +370 630 60280 Jogintė Bučinskaitė +370 624 93440
Per saperne di più: lithuanianspace.agency Instagram: @lithuanian_space_agency Facebook: @LithuanianSpaceAgency

Alberto Franceschi
Salute

Ulss4: l’emodialisi al domicilio è una realtà

Dopo aver completato un periodo di formazione insieme alla moglie, in questi giorni il primo paziente residente nel portogruarese ha iniziato trattamento in piena autonomia, a casa, utilizzando una apparecchiatura realizzata in America e appositamente acquisita dall’ Azienda Sanitaria per fornire il nuovo servizio.

A differenza del trattamento in ospedale che richiede tre sedute settimanali da 4 ore ciascuna, quello a domicilio ha una durata di circa 2 ore e deve essere effettuato con maggiore frequenza: “Dettaglio che potrebbe essere considerato un ulteriore impegno per il paziente, ma in realtà i vantaggi dell’emodialisi a domicilio sono di gran lunga superiori a questo – spiega il direttore della Nefrologia e Dialisi, dottor Gianpaolo Amici -. La persona può effettuare il trattamento all’orario più consono al proprio lavoro e in ogni caso in funzione della propria giornata, può effettuarlo nella massima tranquillità di casa, davanti la tv, in famiglia. Evita inoltre di dover recarsi costantemente in ospedale tranne che per la visita di controllo una volta al mese, e questo, in tempi di pandemia e di rischio di contagio, non va trascurato”.

Il trattamento a domicilio può essere effettuato da persone che rispondono a determinate caratteristiche: buon accesso vascolare, capacità di auto-pungersi o possibilità di usufruire di una persona che possa aiutare nel collegamento e nel distacco dell’apparecchiatura, buona motivazione, disponibilità a seguire un percorso di formazione. Con l’impiego dello staff infermieristico della Dialisi di Portogruaro, il paziente e la coniuge hanno effettuato un mese di training, utilizzando l’apparecchiatura poi recapitata a casa.

Una novità che si affianca alla dialisi peritoneale a domicilio. “Non tutti i pazienti possono svolgere la peritoneale pertanto questa è una valida alternativa di cura rimanendo a casa” osserva la dottoressa Maria Vitale, responsabile dell’emodialisi a domicilio. “Il trattamento viene effettuato con un’apparecchiatura evoluta e di facile utilizzo – continua la dottoressa Vitale -. Per le sue elevate caratteristiche di sicurezza non necessita del costante monitoraggio di un infermiere, deve solo essere collegata a una presa elettrica in quanto non necessita neppure del collegamento ad una condotta idrica, è insomma una valida alternativa di cura per il dializzato”.

L’attività. L’unità di Dialisi dell’Ulss4 gestisce attualmente 90 pazienti in due sedi ospedaliere. Nel 2020 ha erogato circa 15 mila trattamenti di emodialisi ed oltre a questi 30 persone effettuano la dialisi peritoneale a domicilio. Non va trascurato inoltre il fatto che d’estate vengono attivate altre due unità di dialisi a Bibione e a Jesolo. L’Ulss 4 è l’unica azienda sanitaria pubblica in Italia ad offrire tale servizio dedicato ai turisti.

Politica

Anche l’on. Ketty Fogliani firma la petizione in favore di Fausto Delle Chiaie

E’ stata prorogata fino al prossimo 26 giugno la mostra di Fausto Delle Chiaie, artista romano fra i più originali e famosi, allestita presso il Museo Nazionale Concordiese di Portogruaro a cura di Boris Brollo e Alessandro Maganza.

“Lì per Lì” questo il titolo della mostra, sostenuta da ASVO S.p.A. nell’ambito del progetto “ASVO per la Cultura”, permette di apprezzare le opere di un artista, molto noto anche all’estero, che espone negli spazi di fronte all’Ara Pacis dove ha creato il suo “museo a cielo aperto” che si pone l’obbiettivo di far riflettere sulla rivalutazione di ciò che crediamo non abbia nessun valore.

Sono già 15.500 le firme raccolte, affinché all’artista romano, autore del Manifesto Infrazionista, venga applicata la Legge Bacchelli che gli consenta così di beneficiare di un assegno vitalizio.

Ai nomi di alcuni fra i più importanti esponenti della cultura italiana firmatari della petizione si è aggiunto anche quello della deputata portogruarese Ketty Fogliani.

“Mi unisco – spiega l’on. Fogliani - ai tantissimi che stanno sottoscrivendo la petizione per la richiesta di attivazione della Legge Bacchelli in favore dell'artista, 77enne, Fausto Delle Chiaie, uno dei più singolari e apprezzati esponenti dell'arte contemporanea italiana, la cui arte è arrivata anche nella nostra regione grazie alla mostra “Lì per Lì”

Ringrazio l’amico Boris Brollo per avermi segnalato la raccolta firme e per avermi coinvolta in questa operazione che ha come obiettivo poter rimediare, per quanto possibile, al disagio di Delle Chiaie che vive in una condizione di grave difficoltà economica, di salute e abitativa che ne impedisce il dignitoso proseguimento della vita. Mi sono quindi attivata, in qualità di parlamentare, prendendo contatti con Lucia Borgonzoni, sottosegretario della Lega alla Cultura, affinché possa intervenire e sia così concesso a questo artista, che ha dedicato la sua vita all’arte e dato risalto al nostro Paese, di accedere alla Legge Bacchelli e ottenere una piccola pensione mensile che gli permetta di vivere dignitosamente”.

Cultura

Favole amare. «La nera» di Dino Buzzati

Amara favola. Questo titolo di un articolo di Dino Buzzati potrebbe essere la sintesi di tutta la sua cronaca nera, e, più in generale, della sua visione dell'esistenza. La favola dell'amore, con i suoi epiloghi letali. La Favola 1954, con il suo moderno drago, il "morbo azzurro", che si porta via una bimba di soli due anni. La favola del Natale, interrotta dallo schianto di un aereo a duemilasettecento metri di altitudine. La favola del lontano e ricco nord, che si dissolve nella realtà della vita quotidiana. La favola del Torino, che si sfracella sulla basilica di Superga, ma che vivrà in eterno nelle fotografie dei giocatori incollate sui quaderni. Storie alle quali, pur nella fedeltà alla cronaca, Buzzati dà una portata morale e metafisica. Perché dentro ai fatti, per lo scrittore bellunese, si cela il mistero. E la cronaca nera è una discesa nel più oscuro dei misteri: il male, così intrecciato con la morte, come spesso appare nei suoi articoli, da identificarsi quasi con essa.

La nera di Buzzati – ripubblicata da Mondadori in una nuova edizione, sempre a cura di Lorenzo Viganò, ampliata con l'aggiunta di alcuni brani e di un apparato iconografico comprendente, oltre alle foto d'epoca, anche le illustrazioni realizzate da Buzzati – raccoglie i suoi articoli sui più efferati delitti e sulle più drammatiche sciagure del secondo dopoguerra (suddivisi rispettivamente in Crimini e misteri e Incubi). Assunto al «Corriere della Sera» nel 1928, inviato come corrispondente di guerra a bordo delle navi della Regia Marina nel 1939, egli venne richiamato in redazione il 25 aprile del 1945, esordendo con Cronaca di ore memorabili, resoconto della liberazione di Milano, uscito in prima pagina il giorno seguente. Da allora egli svilupperà quella predisposizione alla narrazione dei fatti di cronaca nera che già si avverte nelle sue prime "brevi" non firmate (il volume ne raccoglie alcune scritte nel 1929). Attraverso il mutamento della fisionomia del delitto, questi pezzi descrivono l'evoluzione della società dalla miseria materiale dell'immediato dopoguerra a quella morale degli anni del progresso tecnologico e del benessere economico. 

Il primo caso di cui si occupa, per il «Corriere Lombardo», di cui fu azionista (il 27 aprile del 1945 infatti il Comitato di Liberazione Nazionale sospese la pubblicazione del «Corriere della Sera», che uscì il mese successivo con la testata «Corriere d'Informazione», per tornare in edicola un anno dopo come «Il Nuovo Corriere della Sera»), è quello di Anna Maria Carlesimo, una giovane donna che visse per oltre un anno con il cadavere della madre, morta forse a causa di un dosaggio eccessivo di qualche farmaco, rinchiuso in un baule. La vicenda, certamente legata ai disturbi psichici della giovane, soprannominata per l'appunto «la pazza», matura tuttavia in un contesto di povertà, come emerge anche dal commento dei vicini al riguardo delle violente litigate tra lei e la sorella: «La miseria: quando c'è la miseria, c'è la lite». Tra i suoi articoli ricorre poi, ovviamente, il più classico dei delitti, quello passionale, con la varietà dei suoi protagonisti: amanti abbandonate, come la contessa Pia Bellentani, mariti fedifraghi, come il pianista Arnaldo Graziosi, o insospettabili psicopatici, come l'ingegner Roberto Dalla Verde. Ma l'era della macchina, di cui l'automobile, così deplorata nei suoi racconti, è il simbolo, spazza via il romanticismo anche dal crimine: il cosiddetto "delitto del sorpasso" – del quale si macchiò l'avvocato Oreste Casabuoni, che il 24 febbraio del 1960 freddò con due colpi di Beretta il giovane che aveva appena sorpassato, minacciosamente avvicinatosi alla sua auto – segna la comparsa di un nuovo movente. È «il delitto passionale delle giungle d'asfalto», commesso non più da individui in preda alle più umane delle emozioni, ma da una specie di automi, posseduti, non appena si mettono al volante, da Il demone degli asfalti. Il precipizio che conduce all'apatia è ormai imboccato. Quando, il 26 gennaio del 1966, si reca nella "casba", uno squallido quartiere di Milano, dove è stato ritrovato il cadavere di un uomo decapitato in un armadio, Buzzati sente di essere di fronte a un Delitto senza passione. Nella città contemporanea, non più «giungla d'asfalto», ma «sozza palude putrefatta», regna la «putrefazione delle anime», che è incapacità non solo di amare, ma finanche di odiare: persino l'omicidio è svuotato di pathos, deprivato di movente.

Una vocazione, quella per il racconto dei più violenti e tragici episodi di cronaca, seguita da Buzzati con umiltà e senso del dovere («un doverista», egli stesso si definisce), come ha ricordato Gaetano Afeltra, suo caporedattore, che ha dovuto talora piegare la sua resistenza a recarsi nei teatri di queste vicende, come il tribunale in cui si svolse il processo a Rina Fort, che la notte del 29 novembre del 1946, in un appartamento al civico 40 di via San Gregorio, a Milano, massacrò la famiglia – la moglie e i tre figlioletti – del suo amante, Giuseppe Ricciardi, o la camera ardente, allestita in una sala della Croce Bianca, con le salme dei quarantatré bambini (un altro morirà nelle ore successive) annegati davanti alla spiaggia di Albenga nell'estate del 1947. 

Una ritrosia forse dovuta ad una particolare sensibilità per il dolore degli altri, alla capacità di immedesimarsi con essi. E non solo quando ad essere colpite sono persone con le quali sente un legame fraterno, come nel disastro del Vajont: «Stavolta per me, è una faccenda personale. Perché quella è la mia terra, quelli i miei paesi, quelle le mie montagne, quella la mia gente». E non solo quando si tratta di vittime innocenti. Alla conferma, al processo d'appello, dell'ergastolo per Giovanni Fenaroli e Raoul Ghiani, rispettivamente mandante ed esecutore dell'omicidio della moglie del primo, Buzzati esprime la sua pietà perché «anche la sofferenza tuttavia del più abbietto criminale è sempre dolore». E immaginando la disapprovazione dei lettori – «e perché vuoi confrontarti con quei due? tu non hai mai commesso delitti non hai mai strangolato nessuno» – gela, spiazzante: «E voi come fate a saperlo?». In un pezzo di alcuni anni prima aveva simulato un'identificazione con il presunto assassino di una giovane prostituta – il già citato ingegner Dalla Verde – coinvolgendo l'attonito lettore in una confessione scritta in prima persona, dal punto di vista del colpevole. È una Doppia pietà, appunto, quella di Buzzati: non solo per le vittime – nel caso dell'articolo così intitolato, tre bambine barbaramente uccise a Marsala – ma anche per i carnefici – persino per una «creatura dell'inferno» come Michele Vinci, il loro assassino, anch'egli a sua volta vittima: di una «oscura maledizione», dell'«immensità del male».

Certo, il dolore, benché comune a tutti gli esseri umani, è un fatto talmente intimo da risultare impenetrabile: «Il dolore ciascuno deve soffrirlo da sé, senza aiuti, fino all'ultima goccia. È come una stanza ermeticamente chiusa e misteriosa. Gli altri, di fuori, come noi, parlano, parlano, ma non possono entrare». Eppure in questa capacità, in questo sforzo di comprendere il dolore altrui, egli vede un possibile spiraglio di salvezza per un'umanità che, complici anche i ritmi cui la costringe il progresso economico, precipita sempre di più nell'indifferenza. Al «metronotte» arrivato dal sud, che nell'agosto del 1963 ha ucciso la moglie e il cognato e poi si è suicidato, nel buio di una Milano che lo ignora, sarebbe bastato – scrive – un po' di «calore umano», un saluto, «una parola gentile» e «forse sarebbe stato salvo». Forse sarebbe bastata questa semplice inversione di rotta ad evitare il rimbalzo di odio reciproco, che ne ha accresciuto la portata fino a farlo esplodere, alcuni anni dopo, come una bomba: quella che ha provocato, nel 1969, la strage di Piazza Fontana, il cui vero responsabile è appunto, come intitola il suo articolo, Il male dentro di noi.

Il male, in questi testi, non appare tanto come un prodotto dell'agire umano, quanto come un'entità cui esso inevitabilmente appartiene, che tramite esso tesse le sue oscure trame. Il destino si serve degli uomini per portare a termine i suoi diabolici piani: «Tutti quanti siamo fatti di un impasto di bene e di male ma a ciascuno, giusta o no, è data in sorte una parte». Il finale dell'articolo sulla tragedia del monte Bianco è raggelante nella sua oggettività. Il pilota francese che, ignaro della disgrazia che sta per provocare, la mattina del 29 agosto del 1961, si prepara al decollo, sembra avere una consapevolezza che lo trascende, quasi sapesse di partire per una missione ineluttabile. Poco dopo il suo caccia troncherà un cavo della funivia, carica di turisti, causando la morte di sei persone. È come se il male, per Buzzati, si impossessasse degli individui per compiere il proprio disegno, abbandonandoli poi nuovamente alla loro miseria. La donna rinchiusa in carcere, Rina Fort, non è che «una sciagurata giovanotta friulana»: la «belva» che ha trucidato la famiglia Ricciardi è rimasta «lassù», nell'appartamento di via san Gregorio.

Ciò che il male vuole, cui tende, è il «trionfo della morte», come quello a cui Buzzati assiste ad Albenga. Un trionfo che nelle «disgrazie collettive», come questa, pare avere la sua celebrazione, quando in realtà Il dolore numerico, come argomenta in un elzeviro apparso sul «Corriere della Sera» nel 1967, è un concetto distorto, poiché ogni dolore è totale, unico, incomunicabile. Forse, piuttosto, quello che in queste disgrazie si mostra è il carattere comune della morte, la quale, come nel suo racconto La corsa dietro il vento, riannoda esistenze all'apparenza irrelate. Ed evidentemente – come ipotizza anche Viganò nell'introduzione – proprio nel confronto diretto con la morte in cui essa pone sta la ragione ultima dell'attrazione di Buzzati per la cronaca nera. Dal suo primo romanzo, Barnabo delle montagne, pubblicato nel 1933, a Il deserto dei Tartari, fino agli ultimi testi, usciti postumi, de Il reggimento parte all'alba, la morte è lo sfondo e l'approdo della riflessione buzzatiana: essa è l'unico – non illusorio – fine della vita. Anche nei suoi articoli, la morte è in agguato, senza fretta, dietro ogni attesa, dietro ogni parvenza, di felicità. Ogni tragedia appare come un'insidia tesa da un destino dal quale – nonostante ogni precauzione e ogni premonizione, come quelle di Una famiglia prudente che, valutato ed escluso ogni pericolo, sale infine su quella funivia del monte Bianco – non vi è scampo.

Per Buzzati la realtà contiene indizi di un mistero destinato tuttavia a restare indecifrabile. Come il «tic tic tic tic» della goccia che cade sul pentolino rimasto nel lavandino con gli avanzi della cena, unico rumore nel silenzio agghiacciante dell'appartamento di via San Gregorio. Un dettaglio che assume un significato universale, che appare quasi una materializzazione di Una goccia, quella del racconto di un anno prima, emblema dell'incombenza della morte, annunciata da quel Tic-Tac – ossessione che ritorna in uno dei suoi ultimi racconti – che da sempre scandisce il tempo delle nostre vite, ma la cui percezione si acuisce quando essa si avvicina. In questi articoli di cronaca nera, che sono pagine di letteratura, l'immaginazione, che di essa è l'essenza, vince la potenza annientante del male. E dà anche a queste favole dal finale amaro – favole che per questo, rammenta Buzzati, non dovrebbero nemmeno essere raccontate – un «lieto fine». Forse un giorno Rina Fort, ormai vecchia e dimenticata, scoppierà in lacrime davanti a tre bambini che giocano in un giardino al numero 40 di via San Gregorio. E il drago che si è portato via la piccola Maria Rosa Garioni sarà infine sconfitto dalla medicina. I quarantasei paracadutisti precipitati in mare con l'aereo che li trasportava in Sardegna per un'esercitazione della NATO, anche se non sono caduti in guerra, rimarranno pur sempre degli «eroi», immortalati in quella giovinezza che per gli antichi suscitava «l'invidia degli dei». 

Georgia Schiavon
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Cultura

Thankiss moonight!

Ci auguriamo vincente un’idea di radio non più automatizzata a tutti i costi, ovvero con quegli spazio-attimi calcolati sull’intro del brano a seguire; non ci garbano quei pochi secondi entro i quali il dee jay (o lo speaker) deve sparare le sue banalizzanti cartucce, al servizio per altro di una play list studiata secondo calcolati algoritmi del tutto privi di umane aspirazioni-ispirazioni o quantomeno di una parvenza filosofica. La pensa grosso modo così anche un grande operatore culturale della prima ora, figlio di un nuovo intrattenimento, quello di MTV, che ha modificato le coordinate fino a poco prima in voga, spostandone il contenuto perfino nella grammatica pubblicitaria degli inserzionisti; ci riferiamo ad Andrea Pezzi, uno che ha vissuto la post Swinging London, uno che interagiva con Bowie o che andava a cena da Bjork. In quanto alla cosiddetta visual radio, mah, pure qui il fascino indiscusso dell’immaginazione viene vinto dallo strapotere delle immagini; per esempio, Federica Elmi e Barbara Venditti (sopra, da sx) sono indubbiamente delle gran belle ragazze ma nel caso del programma notturno che conducono è la loro voce che conta, è attraverso quest’ultima che l’ascoltatore può costruirsi le sembianze che meglio possono rappresentarlo in quel preciso scampolo temporale. La vocalità delle due, su Rai Radio 2 - un po’ come la corrispondente trasmissione firmata dalla Boschero e dalla Delogu nei pomeriggi feriali della stessa rete - è poi contrapposta nel timbro e nella lunghezza del suono, pertanto perfettamente riconoscibile. Ogni fine settimana, da mezzanotte alle cinque del mattino, ci fanno piacevolmente compagnia ben destreggiandosi su quanto riportato in apertura di articolo; lo fanno tra notizie e canzoni, giochi, messaggi, telefonate aperte al pubblico, interventi di ospiti speciali come per l’appunto il succitato Pezzi. Quindi thankiss moonight, Lunatiche! Grazie con bacio accademico per queste notti di luna mai calante.
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Ultimo aggiornamento: 11/05/2021 08:37