Mondo, Italia

Opere contese e scritte di Tito: la difficile gestione della memoria sul confine orientale

Il rapporto tra Italia e Slovenia è ancora oggi complesso, diviso tra diplomazia, tutela dell'arte e peso del passato. Lo dimostrano due vicende recenti che toccano ferite storiche del confine orientale.

La prima riguarda la visita del Presidente Sergio Mattarella in Slovenia, durante la quale Lubiana ha chiesto la restituzione di ventuno opere d'arte – tra cui la famosa pala d'altare di Vittore Carpaccio – portate via da Capodistria e Pirano nel 1940. 
Gli esuli istriani e politici come Roberto Menia si sono opposti con forza, vedendo in questa richiesta un attacco alla memoria e un furto di beni legati alla cultura italiana e alla comunità dell'esodo.

La seconda vicenda si è svolta in territorio sloveno, sul monte Sabotino (a Nova Gorica) e a Decani (vicino a Capodistria), dove alcune iniziative civiche hanno chiesto di proteggere come monumenti le enormi scritte in pietra dedicate a Josip Broz Tito. Se da un lato i sostenitori locali difendono questi elementi come testimonianze storiche del Litorale e della fondazione di Nova Gorica, dall'altro i critici li interpretano come una celebrazione ideologica del regime comunista jugoslavo, riaccendendo il dibattito sulla conservazione o sulla rimozione dei simboli di un passato doloroso.
 
Il filo conduttore tra questi due casi è il conflitto sulla memoria del confine. L'Italia cerca di proteggere la propria identità culturale senza rovinare i rapporti diplomatici, mentre la Slovenia spinge per valorizzare i simboli del passato jugoslavo, rischiando di creare nuove tensioni con la popolazione locale e la minoranza italiana.
 
Per superare queste divisioni si potrebbe ricorrere alla "diplomazia dei beni culturali", abbandonando l'idea che un'opera debba appartenere a una sola parte. Si potrebbero invece creare percorsi espositivi condivisi tra Capodistria, Pirano e l'Italia, sfruttando anche l’esempio di iniziative euro-regionali di eventi passati come GO!2025 Nova Gorica-Gorizia.

Per quanto riguarda i simboli scomodi come le scritte di Tito, la logica storica propone di evitare sia la cancellazione sia la loro apologia. La damnatio memoriae non costituisce una soluzione efficace al problema anzi, come la proposta di togliere l’onorificenza italiana allo stesso dittatore, rischia di diventare un esempio con successive ricadute su altri personaggi, o situazioni, scomodi. La soluzione migliore potrebbe essere una musealizzazione critica, fatta di cartelli bilingue e spiegazioni che raccontino tutte le sofferenze del passato.
 
Un grande aiuto può arrivare dalla "post-memoria", ovvero dai giovani italiani, sloveni e della minoranza che non hanno vissuto direttamente la guerra e l'esodo. Loro possono trasformare il ricordo in un'occasione di dialogo europeo, usando archivi digitali e storie di famiglia condivise.

Idealmente il confine non dovrebbe più essere visto come una linea che divide, ma come una cerniera che unisce. È tuttavia comprensibile che si tratti di un passaggio difficile a causa delle ferite ancora aperte. Nell'area alto-adriatica servirebbe uno sforzo per creare una cittadinanza transfrontaliera in cui la sovranità sui simboli e sull'arte si trasformi in un'opportunità di dialogo, capace di metabolizzare il Novecento, superando ogni gerarchia di dolore e riconoscendo le sofferenze di tutti.
 
Tutto ciò è ovviamente teorico perché, qualsiasi soluzione diplomatica o percorso di riconciliazione condiviso possa essere intrapreso, resta ineliminabile il grido silenzioso di chi, costretto all'esodo, continua a portare dentro di sé il dolore lacerante di una terra perduta e di una sofferenza mai pienamente risarcita.

Veneto

La scomparsa di Massimo Righetto L'onda del cuore

Aveva "solo" 66 anni, Massimo Righetto, morto improvvisamente. Massimo è stato un giornalista e il direttore ed editore di Cafè Tv24 e Friuli Tv24.
Partendo da Padova, Massimo Righetto è stato un pioniere in Veneto delle radio private (quando la radio era "libera, ma libera veramente"...uno strumento affascinante e prezioso, che "liberava la mente, ma veramente" come cantava Eugenio Finardi), e della televisione locale.
Nel 1975, con il coinvolgimento del padre Giuseppe "Bepi" Righetto e dei fratelli Sandro, Sondra e Katuscia, aveva fatto nascere e dato vita a Radio Centrale, rinominata Radio Classic Fm nel 1987. Nel 1986, era stata vla volta di Radio Italia Uno.

Nel corso degli anni, il gruppo radiofonico si era ampliato con Radio Gemini, Radio Cafè, Radio Stereocittà e Radio Italia Uno, fino all'ingresso nel settore televisivo con Cafè Tv24 e Friuli Tv24. Peraltro, parecchi colleghi cronisti hanno mosso negli studi di Righetto i primi passi della loro carriera.
Speaker radiofonico, conduttore televisivo, imprenditore e comunicatore, Righetto è stato insignito del titolo di Cavaliere della Repubblica. In un tardivo ma gradito "risarcimento morale", per ciò che aveva vissuto e patito.
Massimo era un caro amico mio.

Ci conoscevamo e volevamo davvero bene da quando, "complice" il mio editore di allora, Adriano Canciani - alla metà degli anni Novanta -, ci eravamo conosciuti negli studi di Grande Italia Tv, a Limena, nell'hinterland padovano. Nell'emittente televisiva per cui lavoravo, all'epoca.
Praticamente, ero sempre in onda e sovraesposto. E Massimo Righetto ad un certo momento, mi aveva confessato, con malcelata ammirazione e un pizzico di stupore: "Non ho mai visto niente di simile a te in onda...". "Cioè?" gli avevo chiesto, incuriosito. "Beh, scusa sai. Quando mai si è visto in una trasmissione televisiva moderna, uno strano giovane conduttore che si esprime come fosse un poeta del dolce stil novo, e parliamo del 1200...".
Ci eravamo messi a ridere, di gusto.

Massimo era un uomo buono e geniale. Un imprenditore operoso e amichevole. Qualcuno capace di rischiare, sanamente, avendo il coraggio e forse la sfacciataggine della lungimiranza, che non è mai illusione. Non dunque, l’illusione di controllare il futuro, ma la capacità di prepararsi ad abitarlo con maggiore lucidità e umanità.
Un uomo visionario e ardito, con una sua dolcezza inconfondibile a velargli lo sguardo, come per un retaggio timido di malinconia. Come dando l'impressione di una costante sensazione di spaesamento. E voglia di fuga ovunque non sia qui e adesso.

C'era qualcosa di profondo che ci univa. E lui sapeva cosa.
Ma poi, su questa indicibile consonanza e questa sorta di parentela elettiva, innervata di dolore e rimorso, di concerto preferivamo sorvolare, glissare. Forse era per una condivisa reticenza. Forse suggestionati e più ancora impercettibilmente frantumati nell'io, da una nevrosi rimossa per modo di dire. Forse per una forma ombrosa di vigliaccheria. O, più facilmente e semplicemente, per il desiderio fragile e vulnerato, di non crogiolarci e specchiarci nelle "vesti dei fantasmi del passato". Sperando o, più fondatamente, illudendoci con una buona dose di superficialità indotta che, cadendo sul pavimento sporco dei pensieri, quelle vesti sofferte e sofferenti, lasciassero il "quadro immacolato".
Non poteva essere così. Non più.
E Massimo lo sapeva.

Non potevamo essere liberi, imbozzolati in un silenzio pregiudiziale.
Come lo sa, sulla sua pelle ulcerata, chiunque sia stato tradito dalla giustizia dell'uomo, che sa indossare la maschera orrida, atroce, beffarda del suo eccentrico contrario e immaginare di rimanere giusta.
Era il nodo cruciale del male del mondo e della sofferenza degli innocenti, in un confronto doloroso ed intrepido con le risposte degli uomini e quelle della fede.
Le foto a corredo di queste poche righe di commiato e ricordo, sono state scattate da Davide, il regista che ci aveva registrati, in quasi un'ora di intervista che Massimo mi aveva fatto, su "Alletre", la mia terza raccolta di poesie. Ne era rimasto molto colpito. A tratti, non nascondendo emozioni e commozione.
Lo voglio ringraziare ancora, per la generosità, l'onestà, la bontà e mitezza di chi sa cosa vuol dire rispettare il prossimo. 

Dopo aver subito la lacerante mancanza di rispetto del potere di uomini empi che si credono onnipotenti, quando si beano del loro potere come in una volontà di dominio e quando ritengono che la giustizia abbia bisogno di "colpevoli" più che di verità. E non ricordano la lezione di Calamandrei: "La giustizia è una spada senza l'impugnatura. Perché ferisce anche chi la vuole usare per i pripri interessi".
Ciao caro Massimo, perché è incontestabilmente vero, che il tuo splendido cuore non sarà più in onda, ma... l'onda del tuo cuore, quella, non si fermerà mai più.

E ho l'ardire (...tu sorrideresti a sentirmi usare questo temine desueto), di pensare che questo del tuo "cuore eternamente in onda", è un enigma che non ci fa inermi, nella contemplazione del male e della sopraffazione. Ma semmai ci dona un enorme, incalcolabile valore, che ci riscatta.

Gianluca Versace
Giornalista e scrittore
Cultura, Padova

Suor Angelica, il dolore che diventa musica: da Padova verso Venezia

PADOVA - Dalla Sala dei Giganti di Padova alle Sale Apollinee del Teatro La Fenice di Venezia: Suor Angelica prosegue il suo percorso e il 16 settembre approda in laguna. La rappresentazione padovana ha già mostrato quanto il capolavoro di Puccini sappia parlare al presente, soprattutto quando mette in scena il rapporto fra maternità, colpa, giudizio e potere familiare.

Ci sono personaggi che entrano in scena facendo rumore. E ce ne sono altri che, per diventare terribili, non hanno bisogno di alzare la voce. Nella Suor Angelica di Giacomo Puccini rappresentata alla Sala dei Giganti di Padova, il dramma di una donna separata dal proprio bambino ha smesso per un'ora di appartenere soltanto al teatro ed è diventato qualcosa di più vicino: una ferita umana. Suor Angelica è forse una delle opere più crudeli di Puccini proprio perché la sua violenza non nasce dalla spettacolarità. Nasce dalla sottrazione. Angelica è stata allontanata dal mondo e rinchiusa in convento dopo aver avuto un figlio fuori dal matrimonio. Sono trascorsi sette anni, nei quali la domanda sul bambino è rimasta sospesa, trasformandosi in attesa, desiderio e speranza.

Poi arriva la Zia Principessa. Ed è qui che Maryna Kulikova costruisce uno dei momenti più intensi della rappresentazione. La sua Zia Principessa non è semplicemente severa: l'interprete dà corpo a qualcosa di più inquietante, un male scenico che si presenta come ordine, morale e necessità. Un male che non ha bisogno di gridare perché è convinto di avere ragione .La postura, la distanza, il controllo del gesto e della voce restituiscono una figura quasi pietrificata nella propria legge. Davanti a lei non sembra esserci una donna che soffre, ma una colpa da amministrare; non una madre privata del figlio, ma qualcuno che deve espiare. È forse questa la forma più perturbante del male: quella che non si percepisce come tale. Puccini mette così di fronte due mondi. Da una parte c'è Angelica, con il suo desiderio, la maternità, il corpo e l'attesa. Dall'altra la Principessa, depositaria di una norma familiare e sociale che non sembra ammettere incrinature. Tra loro non c'è soltanto un conflitto tra due persone: c'è lo scontro tra la vita e la legge quando la legge dimentica l'essere umano.

È qui che l'opera conserva una sorprendente modernità psicologica. Le famiglie possono essere luoghi di protezione, ma possono anche trasformarsi in sistemi nei quali il giudizio prende il posto dell'ascolto e l'amore viene subordinato all'obbedienza.
La Zia Principessa non deve colpire Angelica. Le basta pronunciare una verità: il bambino è morto. Da quel momento il convento cambia significato. Non è più soltanto il luogo fisico della reclusione: diventa lo spazio mentale di una donna alla quale è stata sottratta persino la possibilità dell'attesa. Quando il linguaggio ordinario non riesce più a contenere l'esperienza, interviene la musica. La disperazione di Angelica non viene spiegata: viene fatta sentire. La voce diventa corpo, il suono memoria, il silenzio assenza.

La Sala dei Giganti, con la sua monumentalità, amplifica il contrasto: la piccolezza di una singola esistenza ferita dentro uno spazio enorme, quasi fuori dal tempo. La produzione del Circolo della Lirica di Padova, con la Venice Chamber Orchestra, riporta l'opera alla sua essenzialità: la musica non come ornamento della vicenda, ma come accesso alla sua parte più profonda. Anche visivamente, la presenza collettiva delle religiose contrapposta alla solitudine di Angelica restituisce una tensione fondamentale: l'individuo davanti al gruppo, il desiderio davanti alla norma, la persona davanti al giudizio.

Eppure Suor Angelica non termina semplicemente nella disperazione. Puccini conduce la protagonista fino al confine estremo, là dove colpa, perdita e desiderio di ricongiungimento diventano indistinguibili. Il finale apre uno spazio che ciascuno può leggere secondo la propria sensibilità: religioso, simbolico, psichico. Forse persino poetico. Alla fine rimane una domanda: chi è davvero colpevole? La donna che ha amato, generato un figlio e continua ad amarlo? Oppure un mondo che, in nome della morale, ha deciso diseparare una madre dal proprio bambino?

Puccini non costruisce un trattato. Fa qualcosa di più potente: ci costringe a stare davanti alla sofferenza. Ed è per questo che l'interpretazione di Maryna Kulikova resta impressa. La su aPrincipessa non offre allo spettatore la comodità di un “cattivo” facilmente riconoscibile. Mostra invece quanto possa diventare terribile una relazione quando si smette di vedere l'altro e si vede soltanto la propria legge. Il male più inquietante non sempre urla. A volte parla con calma ed è perfettamente convinto di essere nel giusto. Dall'altra parte rimane Angelica. Una donna alla quale possono essere sottratti il mondo, il tempo e persino il figlio, ma non l'ultimo movimento del desiderio verso di lui. Quando nella Sala dei Giganti sono arrivati gli applausi, per qualche istante non sembrava di aver assistito soltanto a un'opera lirica. Sembrava di essere usciti da una stanza nella quale Puccini, più di cent'anni fa, aveva già intuito qualcosa che continuiamo faticosamente a comprendere: quando il giudizio prende il posto dell'amore, anche ciò che pretende di essere giusto può diventare violenza.

Paolo Russo
Cultura, Treviso

Giovedì della cultura: al via la nuova stagione a Treviso

TREVISO - Temi tradizionali, come l’arte, la storia, la letteratura e la musica, si alterneranno quest’anno a sguardi che toccano ambiti originali e spesso trascurati. Ai Giovedì della cultura, edizione 2026/27 si parlerà anche di tessuti antichi, storia degli scacchi, lega mitra scienza e letteratura e tra arte e sport., farmaceutica moderna e nuovi mezzi scientifici al servizio della tutela del patrimonio culturale, genealogia, musei d’impresa e altro ancora. Una carrellata di 29 incontri, che hanno tutti in comune la volontà di offrire ogni giovedì (alle ore 18) un appuntamento fisso con la cultura a Casa dei Carraresi.

Si partirà l’8 ottobre con l’incontro numero 216 di questa lunga serie, iniziata nel 2019,che viene messa a disposizione di tutti anche attraverso il canale YouTube di Fondazione Cassamarca, che alla playlist dedicata permette di scaricare e rivedere gratuitamente gli incontri delle passate edizioni. Il primo incontro è affidato ad Alessandra Geromel, esperta di tessuti antichi che ci svelerà segreti che riguardano anche il nostro territorio. La settimana dopo ci spostiamo a Venezia con Elisabetta Pasqulin che ci condurrà alla scoperta delle altane veneziane. Il tema dell’arte ritornerà ancora con gli incontri dedicati all’architettura veneziana del Cinquecento e ai suoi legami con il potere, ma anche agli aspetti più moderni, che intersecano arte e scienza con uno sguardo alle nuove tecnologie al servizio della lotta al traffico di beni culturali e ai robot al servizio della cultura.

Quest’ultimo appuntamento è affidato ad Arianna Trabiglia, esperta internazionale che oggi è considerata una delle 100 donne al mondo più influenti secondo la rivista Forbese che da alcuni anni è alla guida del Centre for Cultural Heritage Technology. L’arte incontra lo sport con Damiano Gullì, curatore del Public Program della Triennale di Milano, che ha seguito il progetto dei poster olimpici di Milano Cortina 2026, e ancora con Carola Gentilini, architetto che si è occupata di allestimenti museali dal Vaticano al Museo del Ciclismo del Ghisallo. E ancora sport e passatempi con una conferenza dedicata al rugby a Treviso e una dedicata alla storia degli scacchi nel Medioevo che avrà come relatrice Giulia Lovison dell’Harvard University Centre for Italian Renaissance Studies.

Non mancheranno gli appuntamenti con la musica. Anche quest’anno sarà offerto il concerto con le musiche del Tempo di Pasqua, a cui si aggiungeranno approfondimenti sul canto femminile, sui diari delle musiciste viaggiatrici fino a chiudere con un anniversario importante: i 100 anni dell’Istituto Diocesano di Musica Sacra di Treviso. E poi spazio alla letteratura con Ippolito Nievo presentato da Paolo Ruffilli e Scott Fitgerald presentato da Sara Antonelli fino a temi insoliti come la relazione tra scienza e letterature (tra microbi e parole) con Gian Mario Anselmi e Davide Zannoni dell’Università di Bologna.

Si parlerà di storia con gli approfondimenti dedicati al Dossier Odessa, alla Storia del Corpo degli Alpini, all’emigrazione italiana in Europa ma anche al potere a Venezia e alla satira del potere nel mondo antico grazie agli approfondimenti di Luca Trevisan e Martina Tosello.

Anche il mondo femminile sarà al centro di alcuni incontri: Corrado Occhipinti Confalonieri, giornalista che scrive nell’autorevole rivista “Storica” del National Geographic, parlerà di donne tra Medioevo e Rinascimento, mentre Silvia Ugolotti, giornalista di viaggi, ci farà conoscere i profili di donne esploratrici, avventuriere e viaggiatrici. Un appuntamento sarà dedicato al tema dell’infanzia, per andare ad approfondire il tema della difesa dei minori nel mondo reale e digitale con Annachiara Sarto, fondatrice di Protection For Kids e una delle giovani paladine dei diritti umani italiane più attive a livello internazionale. Si parlerà di ambiente con uno sguardo a cave, fornaci e fornaciai, ma anche di alberi genealogici con Gabriele Giusto, genealogista professionista. E poi non mancherà il cibo con la storica della tavola Alessia Cipolla che illustrerà la tavola dell’Ottocento e le novità introdotte, con Barbara Foglia, Direttrice del Mumac-Museo Macchine per Caffè, che ci porterà nel mondo di questa bevanda, simbolo dell’Italia tra cultura e impresa per poi passare alla storia del Prosecco (tra enologia e letteratura) grazie a Enrico Zucchi dell’Università di Padova.

Uno sguardo si poserà anche sul mondo della farmaceutica con Paola Stagni, MD Headof Medical Strategy Europa e Canada di Astellas Pharma che ci svelerà cosa sta dietro la cura: scienza, innovazione e sfide dell’industria farmaceutica. Anche quest’anno la rassegna prevederà il coinvolgimento di studenti delle scuole superiori trevigiane che hanno scelto di svolgere un periodo formativo legato proprio al ciclo dei Giovedì della cultura in cui potranno incontrare i relatori, scrivere articoli, interviste e produrre contenuti multimediali dedicati ai protagonisti di questi appuntamenti. In occasione degli incontri il Bistrot ai Carraresi proporrà di volta in volta menù a tema e iniziative collegate agli argomenti della serata, dalla merenda alla cena, per offrire al pubblico la possibilità di vivere un pomeriggio o una serata tra arte, cultura e cibo. La rassegna è realizzata con il contributo di Banca delle Terre Venete (Gruppo BCCIccrea).

Afferma Gianfranco Sasso, presidente di Banca delle Terre Venete: «
Rinnoviamo con convinzione il nostro sostegno ai Giovedì della cultura di Fondazione Cassamarca, una rassegna di tutto rilievo per la città di Treviso e l’intero territorio. Investire in questa iniziativa significa sostenere una cultura aperta, capace di parlare al pubblico attraverso un programma estremamente ricco e variegato, che spazia dall’arte alla storia, dalla letteratura alla musica, dalla scienza alla tecnologia, con approfondimenti originali e attuali. Un modo concreto per contribuire alla crescita culturale della comunità e valorizzare il patrimonio di conoscenze e relazioni che la cultura sa generare»
Pordenone

Masci Sacile festeggia 30 anni e continua

SACILE - Con il fischio di Vittorio Coluccia e l’alzabandiera è iniziata sabato 12 settembre, alle ore 16,00 presso la sede di Sacile in Via Ronche il momento inaugurale di questo traguardo di fronte a tanta gente e alle autorità dal Sindaco Carlo Spagnol, Assessore Elisa Palu e Ruggero Spagnol. Ettore Polesel è stato il coordinatore degli interventi .

Il Magister, Angelo Gaggiotti, ha consegnato a Don Andrea il fazzolettone MASCI, a Renata Zat, moglie di Giuliano Petracco recentemente scomparso, un personale pensiero floreale in sua memoria e gratitudine.
Dopo la piantumazione dell’albero, con una spiegazione di Alberto Carniel, un breve saluto del Magister Angelo Gaggiotti, quello del Segretario Regionale Masci Franco Igne, e le parole del Sindaco.

Il Coro “code di Bosco”, che in questi 30 anni ha ravvivato la sede del Masci , era numeroso si è esibito prima della messa di Don Andrea abbellita da libretto e dai canti di un bel gruppo di scout AGESCI Sacile 1. Il Sindaco Spagnol, ha consegnato una targa ricordo di questo evento che rimane in sede per testimoniare un traguardo che è di sprono per il futuro. Sono state consegnate per la giornata le formelle, di Alberto Pasqual, anche ai gruppi Masci provenienti da tutta la regione. 

Le “memorie della strada percorsa” interessanti di Renata, Alberto e Franco. Il rinfresco all’interno della sede MASCI Sacile ha accolto i partecipanti con un pensiero per tutti: un moschettone portachiavi. La storia di questi 30 anni raccontata con delle foto posizionate su tabelloni all’esterno, la gente si è potuta rivedere. All’uscita un registro firme per cogliere, da chi frequenta la sede MASCI Sacile, idee e proposte per strade nuove da camminare con lo spirito e i valori di Robert Baden-Powell di cui è intitolato il parco con il percorso vita adiacente alla sede .
Cultura, Conegliano

San Gregorio, il successo del Festival "La musica nel sacro" 2026

PIEVE DI SOLIGO (TV) - In uno dei luoghi più amati dalla comunità locale, domenica scorsa 13 settembre il Festival “La Musica del Sacro” ha fatto centro e ha mantenuto le sue promesse nell’antica chiesa di San Gregorio a Valdobbiadene, settima tappa della rassegna di successo - iniziata lo scorso 12 luglio a Vittorio Veneto e ormai vicina agli eventi conclusivi del 4 ottobre a Conegliano e del 18 ottobre a Pieve di Soligo - nata con l’obiettivo di valorizzare, attraverso la musica, alcuni dei luoghi sacri più belli e significativi dell’Alta Marca trevigiana, territorio riconosciuto dall’UNESCO come Patrimonio dell’Umanità.

A promuovere e animare il concerto, presentato da Sandra Montisci, è stata in questo contesto l’Associazione “Amici della Musica” di Valdobbiadene, presieduta da Maria Elena Bortolomiol, protagonista di un pomeriggio che ha saputo unire la qualità delle esecuzioni musicali alla particolare suggestione del luogo, richiamando un folto pubblico che ha letteralmente gremito l’intero edificio sacro. Ad aprire il programma è stato il Quintetto Vocale Calliope, diretto dal maestro Tarcisio Dal Zotto e accompagnato all’organo dal maestro Stefano Maso. I presenti hanno potuto apprezzare le cinque voci soliste di Giovanna Capretta, soprano primo, Giuliana Bortolomiol, soprano secondo, Cristina Sartor, contralto, Antonio Sandre, tenore, e Andrea Noal, basso, impegnate in una selezione di brani sacri di Bruckner - Locus Iste”, Coppini - “Santissima Maria Sancta Maria” - e Bartolini, con “Kyrie - Sanctus - Agnus Dei”.

È quindi toccato all’Orchestra d’Archi “Coll&Musica” - nata nel 2015 a Colle Umberto da un progetto didattico -artistico della scuola del maestro Giuseppe Borin e dei violinisti Mattia Tonon e Giovanna Nespolo - interpretare la famosa Sonata in re minore “La Follia” di Antonio Vivaldi,prima di accompagnare l’Ensemble Vocale Calliope nell’esecuzione della Cantata BWV 147(Herz und Mund und Tat und Leben), “Jesus, bleibet meine Freude” di Johann Sebastian Bach e de l“Magnificat in Sib maggiore” di Francesco Durante, articolato nelle sequenze Magnificat anima mea, Et misericordia, Fecit potentiam, Deposuit potentes, Suscepit Israel, Sicut locutus, Gloria Patri, Sicut erat in principio. 

La felice scelta del programma di sala a Valdobbiadene, ispirato a grandi compositori e a celebri brani della storia della musica, e la bravura riconosciuta degli interpreti, che hanno saputo esprimere in particolare una dimensione corale d’insieme di grande fascino, intensità e sensibilità, hanno
avuto come effetto la risposta entusiasta del pubblico, che ha manifestato alla fine tutta la sua ammirazione per l’eccellente esibizione vocale e strumentale - conclusasi con il “bis” di Ensemble e soprano Capretta - attraverso un’autentica ovazione. In precedenza, la stessa Giovanna Capretta, cultrice di storia e di arte locale, aveva accompagnato i presenti alla scoperta del patrimonio del Duomo cittadino, illustrando le caratteristiche dell’antico Pronao oggi interessato dalla fase terminale di un importante intervento di restauro. Particolarmente significativo anche il legame tra la manifestazione e la comunità che ha accolto il concerto. Come previsto per tutte le tappe del Festival, infatti, le libere offerte raccolte durante il pomeriggio sono state destinate alle necessità della parrocchia ospitante e, nello specifico, contribuiranno alla realizzazione delle nuove bacheche per gli avvisi parrocchiali, che saranno collocate proprio nel Pronao del Duomo valdobbiadenese.

Il pomeriggio di San Gregorio ha così confermato la formula vincente de “La Musica del Sacro”: portare voci e suoni classici in luoghi di particolare valore storico e spirituale, creando un dialogo fecondo tra patrimonio, cultura e comunità in una logica di sinergia e di collaborazione tra enti e soggetti diversi. Una formula che anche in questa settima tappa ha saputo coinvolgere al meglio il pubblico, regalando emozioni e raccogliendo calorosi applausi e consensi dei partecipanti al termine delle esecuzioni .

Si sono fatti interpreti di questi sentimenti di soddisfazione e di gratitudine per la vicenda del Festival, nei loro saluti introduttivi, sia la presidente dell’Associazione “Amici della Musica di Valdobbiadene”, Maria Elena Borolomiol, sia la collega Annalina Sartori, presidente dell’Istituto Beato Toniolo. Le vie dei Santi della diocesi di Vittorio Veneto, realtà ideatrice della manifestazione . A loro hanno fatto eco durante il concerto le parole del sindaco di Valdobbiadene, Luciano Fregonese - che ha elogiato lo spirito di animazione culturale e di condivisione del Festival, capace di unire i territori dell’Alta Marca e di offrire proposte di grande qualità - e del direttore scientifico IBT, Marco Zabotti, che ha ringraziato l’associazione locale organizzatrice per il lavoro di formazione musicale e di presenza nella comunità, ha espresso riconoscenza al primo cittadino valdobbiadenese e ha ricordato il cammino di ottimo successo percorso nei primi quattro anni della rassegna. Entrambi hanno plaudito alle performance di assoluto rilievo degli strumentisti e dei coristi, e lo stesso sindaco Fregonese ha rivelato in pubblico di essersi congratulato in tempo reale con il collega di Colle Umberto, Sebastiano Coletti.

A confermare il richiamo dell’iniziativa, le presenze nella chiesa di San Gregorio del parroco don Romeo Penon, di don Mirco Miotto, segretario particolare del Vescovo Riccardo Battocchio e incaricato diocesano dell'Ufficio per l'Arte Sacra e i Beni culturali Ecclesiastici della diocesi di Vittorio Veneto, dell’amministratore parrocchiale di Segusino, Vas e Caorera, don Gabriele Benvegnù, di Lisa Comarella, della Consulta per la cultura del Comune di Valdobbiadene, della presidente dell’Associazione Coll&Musica, Antonella Segat, e della nuova dirigente dell’Istituto Comprensivo di Cappella Maggiore e Colle Umberto, Rosanna Pelosi
Treviso

Al Filippin il liceo dedicato all'Intelligenza Artificiale

PIEVE DEL GRAPPA - L’Istituto Filippin, nel Trevigiano, arricchisce la propria offerta formativa con l’attivazione del Liceo Scientifico con curvatura in “Intelligenza Artificiale e Scienza dei Dati”, una novità per le province di Treviso, Padova e Venezia. Inserito nella Rete Nazionale dei Licei dedicati all’IA e allineato alle direttive europee del DigComp 2.2, il nuovo indirizzo integra laboratori di machine learning, algoritmi, big data ed etica digitale. Il dirigente scolastico, Sileno Rampado: “Un percorso d’eccellenza che unisce competenze tecnologiche d’avanguardia, collaborazioni con centri di ricerca e una forte proiezione internazionale, all’interno di un campus moderno che ospita oltre 500 studenti italiani e centinaia di universitari americani”

Una vera e propria svolta per il panorama educativo del Nord-Est. L’Istituto Filippin annuncia l’attivazione dal 10 settembre della prima classe da 21 studenti del nuovo Liceo Scientifico con curvatura in “Intelligenza Artificiale e Scienza dei Dati”, un percorso didattico d’avanguardia pensato per fornire alle nuove generazioni gli strumenti critici e tecnici necessari ad affrontare le sfide del XXI secolo.

L’iniziativa rappresenta una novità assoluta per il territorio veneto: si tratta infatti del primo liceo di questo tipo a sorgere nell'area compresa tra le province di Treviso, Padova e Venezia. A livello nazionale ne esistono soltanto una ventina, a dimostrazione di come l'istituto posizionato ai piedi del Monte Grappa si inserisca all'interno della ristretta avanguardia delle scuole tecnologiche e innovative del Paese.

Il progetto didattico si colloca nel quadro europeo delle competenze digitali DigComp 2.2 e aderisce ufficialmente alla Rete Nazionale dei Licei Scienza dei Dati e Intelligenza Artificiale. La nuova curvatura va a potenziare l’offerta del Liceo Scientifico Opzione Scienze Applicate, affiancando alla solida preparazione scientifica tradizionale moduli pratici di programmazione, analisi statistica, machine learning e una profonda riflessione sull'impatto etico delle nuove tecnologie.

“Con il nuovo Liceo sull’Intelligenza Artificiale vogliamo dare ai nostri studenti le chiavi per comprendere e guidare il futuro, non per subirlo”, commenta il dirigente scolastico, Sileno Rampado. “Non si tratta solo di insegnare la programmazione o l'analisi dei dati, ma di formare una nuova consapevolezza etica e critica nell'uso delle tecnologie. Il nostro campus ha da sempre una vocazione internazionale e innovativa: integrare l'avanguardia dell'IA all'interno della nostra tradizione educativa significa offrire ai giovani del territorio un percorso unico, capace di farli dialogare direttamente con il mondo delle università, della ricerca e dell'impresa globale”.

Il percorso di studi comprende laboratori interdisciplinari che spazieranno dalla gestione dei big data alla robotica intelligente, fino alla computer vision, all’arte generativa e alla comprensione dei linguaggi naturali da parte delle macchine. Gli studenti avranno inoltre l’opportunità di applicare le competenze teoriche lavorando sul campo a contatto con università, centri di ricerca, aziende ICT e startup innovative, sviluppando modelli predittivi e algoritmi per l'analisi di processi economici e naturali.

Con l’apertura di questo indirizzo, l’Istituto Filippin consolida la propria vocazione all’eccellenza educativa e all'innovazione pedagogica. La struttura vanta già una profonda dimensione internazionale e numeri di assoluto rilievo: nell’anno scolastico in corso conta 26 classi attive (3 di scuola dell’infanzia, 6 di primaria, 7 di secondaria di primo grado e 10 di liceo) accogliendo oltre 500 studenti guidati da 46 docenti e supportati da uno staff complessivo di 121 dipendenti.

Il 10 settembre, va precisato, entra in classe anche l’accordo di rete siglato tra gli Istituti Filippin e lo storico Istituto Graziani di Bassano del Grappa, nel Vicentino. La soluzione individuata dai due enti è pragmatica: il Graziani si concentrerà sul polo dell’infanzia e della primaria (0-11 anni), diventando l’hub di prossimità nel cuore di Bassano. Una volta terminata la quinta primaria, i ragazzi potranno proseguire il percorso verso le medie e i licei nel campus di Pieve del Grappa. L'integrazione non è solo logistica e amministrativa, ma riguarda il Dna formativo. Al Graziani approda grazie al Filippin il modello CLIL (Content and Language Integrated Learning): l'inglese sarà la lingua con cui si studieranno altre discipline, supportati da tutor madrelingua già dall’Infanzia. Parallelamente, verrà colmato il gap tecnologico con l'introduzione di laboratori di robotica educativa e atelier digitali dotati di stampanti 3D, per stimolare il problem solving.

A questa comunità accademica si affiancano ogni anno centinaia di giovani provenienti dagli Stati Uniti. Il Filippin appartiene infatti alla rete mondiale lasalliana — una realtà che comprende 928 scuole e 80 università — e ospita la sede del CIMBA, prestigioso centro di alta formazione manageriale che solo nello scorso anno ha accolto oltre 500 studenti universitari americani.

Il contesto in cui muoverà i primi passi il nuovo Liceo dell’Intelligenza Artificiale è quello del “La Salle Campus Filippin”, un complesso concepito secondo il modello dei campus anglosassoni. La struttura si estende su 30.600 metri quadri coperti immersi in 35 ettari di parco, disponendo di 40 aule didattiche, 450 posti letto, spazi polifunzionali e uno dei centri sportivi più attrezzati della regione. Un ambiente ideale dove la tradizione educativa incontra l'esplorazione del futuro tecnologico.


LA STORIA E LA DIDATTICA DEGLI ISTITUTI FILIPPIN

La storia degli Istituti Filippin inizia nel 1924 quando monsignor Erminio Filippin fece costruire l’Istituto a Paderno del Grappa, oggi Pieve del Grappa, facendolo crescere fino al 1958, quando la guida viene assunta dalla Congregazione dei Fratelli delle Scuole Cristiane. Oggi gli Istituti Filippin costituiscono uno dei più importanti complessi educativi d'Italia: vi studiano circa 500 allievi (dalle scuole dell’infanzia e primaria internazionale ai Licei Scientifico, Scientifico Scienze Applicate e Liceo Economico Sociale). Vi lavorano 140 collaboratori tra docenti, Ata, personale di servizio, servizi di cucina e centro sportivo. La presenza di docenti provenienti da diverse regioni ha arricchito l'istituto, contribuendo all'evoluzione del sistema scolastico nazionale. I percorsi di studio sono strutturati in ottica internazionale e prevedono oltre alle certificazioni linguistiche e informatiche anche progetti rilevanti come il doppio diploma italo-statunitense e italo-britannico, l’Year Abroad, global lessons, stage linguistici e boarding school per studenti stranieri. All’interno del Campus è presente il CIMBA, che da oltre vent’anni offre corsi di alta formazione ed un’ampia scelta di corsi post laurea di formazione manageriale e di leadership in inglese e in italiano, accompagnando studenti ed imprenditori italiani e stranieri nella loro crescita professionale. Molti sono gli eventi che si celebrano nel corso dell’anno: l’Open Day, ogni due anni premio Filippin, ogni due anni premio Monte Grappa, Giochi Lasalliani, cicli di incontri tematici aperti al pubblico, accoglienza in struttura di rappresentative sportive FITP, PIP, FIPAV, Raduno ex allievi, Convegno Centro Studi Matematici U. Morin.
Economia, Vittorio Veneto

Sangiacomo Presse celebra 70 anni e apre le porte della rinnovata struttura industriale

Da Vittorio Veneto un nuovo ciclo di crescita

Oltre 17.000 presse prodotte nella sua storia, più di 5 milioni di euro investiti nel triennio 2024-2026, capacità produttiva raddoppiata e organico in crescita.

VITTORIO VENETO (TV) – Settant’anni di storia industriale e una nuova fase di sviluppo. Sangiacomo Presse ha inaugurato oggi, nella sede di Vittorio Veneto, la giornata istituzionale del Sangiacomo Presse Open House, l’appuntamento che fino al 2 ottobre porta clienti, partner e operatori del settore nel cuore dell’azienda, tra reparti produttivi, tecnologie e nuovi spazi.

La giornata del 15 settembre, organizzata in occasione del 70° anniversario, ha visto la partecipazione di rappresentanti della politica locale e regionale, insieme a rappresentanti del mondo economico e della formazione, aziende del territorio, clienti e agenti. Un incontro pensato non soltanto per celebrare un traguardo, ma per raccontare da vicino come sta cambiando una realtà industriale nata nel 1956 e oggi presente in tutti i principali mercati internazionali.

Specializzata nella progettazione, produzione e distribuzione di presse meccaniche e soluzioni complete per lo stampaggio della lamiera, Sangiacomo Presse ha superato le 17.000 presse prodotte. La produzione è interamente realizzata in Italia e le tecnologie dell’azienda trovano applicazione in oltre 35 settori, dall’automotive all’aerospaziale, dal packaging alla gioielleria e all’utensileria industriale, con clienti in più di 60 Paesi e oltre il 50% dei ricavi generati all’estero, principalmente tra Europa e Nord America. La gamma comprende presse a collo di cigno e a doppio montante, soluzioni servo, link e high speed, presse a quattro colonne, doppio effetto e sistemi transfer, oltre a linee complete e configurazioni sviluppate sulle specifiche esigenze produttive del cliente.

Il 70° anniversario arriva in un momento di forte accelerazione. Tra il 2024 e il 2026 Sangiacomo Presse ha investito oltre 5 milioni di euro. Rispetto al 2024, la capacità produttiva è aumentata del 100%, mentre i tempi di consegna sono stati ridotti del 70%. Nello stesso periodo l’organico è passato da circa 40 a oltre 60 persone, un dato che accompagna il rafforzamento dell’organizzazione e delle competenze interne.

Anche gli spazi raccontano questa trasformazione. La sede si sviluppa su un’area complessiva di 17.000 m2, di cui 4.500 m2 destinati alla produzione e 800 m2 agli uffici direzionali, oltre a una nuova area produttiva di 900 m2 e una Academy di 200 m2, pensata per la formazione e la condivisione del know-how. L’ampliamento accompagna un modello industriale che punta a coniugare capacità produttiva, qualità, servizio e sviluppo di nuove soluzioni.
È in questa prospettiva che nasce “Past/View”, il concept scelto per l’Open House: da una parte l’eredità di settant’anni di esperienza, fiducia e relazioni; dall’altra lo sguardo rivolto all’innovazione e alle nuove sfide dell’industria. Durante le giornate di apertura i visitatori potranno entrare nei reparti, vedere i macchinari e le linee di montaggio in attività, conoscere la gamma e le più recenti evoluzioni di prodotto e confrontarsi con il team tecnico sui diversi obiettivi di produzione. Un modo concreto per mostrare tecnologie e servizi che oggi caratterizzano la nuova fase di Sangiacomo Presse.

Il rapporto con il territorio resta uno dei punti centrali di questo percorso. Per questo la giornata inaugurale ha coinvolto anche scuole, università, istituzioni e imprese: interlocutori diversi, ma tutti chiamati a confrontarsi su competenze, formazione e capacità di attrarre nuove professionalità. La crescita industriale, per Sangiacomo Presse, passa infatti anche dalla creazione di un rapporto più stretto con il sistema economico e formativo locale.

Il nuovo corso si inserisce nel percorso avviato nel maggio 2024, quando Progressio SGR, attraverso il fondo Progressio Investimenti IV, insieme al manager Luigi Fucili - oggi Presidente e CEO di Sangiacomo Presse - hanno finalizzato l’acquisizione del 100% di Officine S. Giacomo, successivamente rinominata Sangiacomo Presse. Da allora l’azienda ha intrapreso un processo di managerializzazione e rafforzamento organizzativo, con l’obiettivo di consolidare la presenza internazionale, sostenere gli investimenti e accompagnare l’evoluzione del prodotto e dei servizi, con attenzione anche ai temi della sostenibilità.

«Celebrare settant’anni significa prima di tutto riconoscere il valore di ciò che è stato costruito nel tempo, dalle persone che hanno lavorato e lavorano in Sangiacomo e dal rapporto che l’azienda ha sviluppato con questo territorio. Allo stesso tempo vogliamo guardare avanti: abbiamo competenze e know-how consolidati, una produzione profondamente radicata a Vittorio Veneto e nuove opportunità di crescita nei mercati internazionali. Aprire oggi le porte dell’azienda è anche un modo per condividere questo percorso e rafforzare il dialogo con istituzioni, imprese e mondo della formazione», commenta Luigi Fucili, Presidente e CEO di Sangiacomo Presse.
L’Open House Sangiacomo Presse proseguirà fino al 2 ottobre 2026 presso la sede di Vittorio Veneto, con visite dedicate a clienti, partner e professionisti del settore. www.sangiacomopresse.it
Italia, Economia

L’esercito silenzioso dei rimpatriati: quattro giovani su dieci tornano in Italia

ROMA - È un piccolo esercito che non fa clamore quello degli oltre 129 mila giovani italiani rimpatriati nell’ultimo quinquennio. Non un fenomeno sporadico ma un trend in consolidamento: i rientri in Italia ogni 100 trasferimenti all’estero erano 26 nel quinquennio 2011- 2015, sono diventati 31 in quello successivo, per arrivare a 40 tra il 2021 e il 2025.

Sono alcuni degli elementi che emergono dal Focus di Fondazione Studi Consulenti del Lavoro “Il rientro dei giovani dall’estero: numeri e tendenze”, nel quale si analizzano trend e motivazioni di questo fenomeno, che si muove in senso contrario rispetto alla così detta “fuga dei cervelli” e assume dimensioni sempre più consistenti.

I dati riguardano
giovani tra i 18 e i 39 anni che hanno deciso di rientrare in Italia dopo un’esperienza all’estero. L’età media per il rientro è di 29,6 anni: giovani maturi che hanno probabilmente deciso per il rimpatrio dopo un periodo di formazione o un’esperienza professionale. Come dimostra una ricerca di Fondazione Studi su un campione di italiani all’estero, nella quale ben il 41,5% indica queste motivazioni alla base della decisione di trasferirsi Oltreconfine. Guardando alla geografia dei rientri emerge che la maggior parte provengono da Germania e Regno Unito, con 42 rimpatri ogni 100 espatri, ben sopra la media europea, pari a 32,5. A sorpresa, tra le destinazioni dei giovani cervelli rientrati in Italia, il Sud non è affatto fanalino di coda, con il 31,7% dei rientri.

La sola Sicilia attrae il 9,2% dei giovani rimpatriati, testa e testa con il Lazio, al 9%. Stacca, invece, la Lombardia che si piazza al primo posto con il 19,8%. Proprio le mete di quanti scelgono di tornare in Italia suggeriscono poi un altro dato importante, confermato dall’indagine di Fondazione Studi, ovvero che la decisione va spesso oltre le sole valutazioni relative alla retribuzione, per abbracciare una più ampia dimensione di benessere personale. Infatti, sebbene la maggioranza dei ripatriati avesse già la sicurezza di un posto di lavoro al rientro, ben il 37% ha trovato lavoro solo dopo essere tornato in Italia. E guardandosi indietro chi ha deciso ti rimpatriare non si pente della scelta: più del 70% si dice più soddisfatto della propria situazione personale; mentre il 53,5% considera quella professionale alla pari o migliore.

Non a caso gli aspetti del mondo del lavoro giudicati migliori o uguali rispetto all’estero sono le opportunità di conciliazione vita-lavoro (75%), seguite dal contesto/clima di lavoro (67,9%), dalle tutele del lavoratore (64,3%) e dai benefit (60,7%); mentre soltanto il 42,9% indica salari adeguati al costo della vita. “Quello dei rimpatri è un fenomeno sempre più rilevante per il Paese. Per questo è importante non solo favorire il rientro - percorso già in atto - ma anche creare le condizioni perché la scelta possa essere duratura nel tempo e per valorizzare pienamente le esperienze maturate all’estero”, ha commentato il Presidente dell’Ordine dei Consulenti del Lavoro Rosario De Luca
Politica, Conegliano

Le proposte di FDI per il riportare vita in centro città

CONEGLIANO (TV) – «Conegliano ha tutte le caratteristiche per essere un polo commerciale di riferimento per l’intera provincia trevigiana, ma per riuscirci servono una visione chiara e progetti seri». A dirlo è Ezio Da Re, Presidente del Circolo di Fratelli d’Italia di Conegliano e neo eletto nel Direttivo provinciale del partito, che interviene così sul futuro del commercio cittadino chiedendo all’Amministrazione comunale un cambio di passo. 

«Conegliano è, dopo Treviso, la città più importante della provincia per dimensioni e per capacità di attrazione – sottolinea - Eppure, guardando a quello che accade in altre realtà anche fuori dal Veneto, viene da chiedersi perché qui non si riesca ad attrarre grandi marchi e nuove attività capaci di diventare un punto di riferimento per cittadini e turisti. Non possiamo pensare che il centro storico possa vivere soltanto delle iniziative già consolidate o affidarsi alla buona volontà dei singoli commercianti».

Per il meloniano Da Re la questione commerciale deve essere affrontata insieme a quella della mobilità e dei parcheggi: «Se vogliamo portare persone a Conegliano dobbiamo anche metterle nelle condizioni di arrivarci e fermarsi. È quindi necessario ragionare sull’aumento dei parcheggi a disposizione perché la disponibilità di posti auto è un elemento che incide inevitabilmente sulle scelte di chi decide dove andare a fare acquisti, trascorrere una giornata o fermarsi per un evento». Un altro capitolo riguarda il coinvolgimento dei giovani. «
Bisogna riportare i ragazzi in centro con iniziative capaci di intercettare i loro interessi, anche sul piano commerciale - aggiunge - Se non offriamo occasioni, eventi ed attività, il rischio èche continuino a spostarsi verso altre città o addirittura fuori provincia per fare acquisti e trascorrere il proprio tempo libero. Il centro deve tornare ad essere un luogo vivo, frequentato e attrattivo per tutte le generazioni».

Tra le proposte c’è anche quella di introdurre appuntamenti commerciali periodici. «Perché non pensare, ad esempio, ad un mercatino mensile dell’antiquariato e del collezionismo? Sono iniziative che in altre località funzionano e che possono diventare un ulteriore motivo per raggiungere la città - chiosa Da Re -Penso a realtà come Badoere, Portobuffolé o Gorgo al Monticano dove appuntamenti di questo tipo attraggono sempre più pubblico. A Conegliano si potrebbe studiare un progetto strutturato, magari coinvolgendo Via XX Settembre che per caratteristiche e collocazione si presta particolarmente bene ad ospitare iniziative di questo genere».

Secondo Da Re, però, il problema è più ampio e riguarda la mancanza di una strategia complessiva: « Negli ultimi cinque anni di Amministrazione Chies abbiamo assistito ad un certo immobilismo sul fronte commerciale. Sono manca commercianti, associazioni di categoria e operatori economici. Non basta intervenire quando una situazione è già diventata problematica: bisogna anticipare i cambiamenti e avere il coraggio di sperimentare». Da Re guarda anche alle proposte emerse nelle ultime ore dal Comune: «Recuperare gli spazi vuoti è importante, ma bisogna anche chiedersi come riempirli. Il commercio non si sostiene infatti soltanto con una singola iniziativa – conclude - Servono una strategia, una programmazione pluriennale e la capacità dimettere attorno allo stesso tavolo tutti i soggetti interessati. Ecco perché la città ha bisogno di una nuova via, di nuovi progetti, nuove sinergie e soprattutto di nuova energia»
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Ultimo aggiornamento: 19/09/2026 10:41