Aveva "solo" 66 anni, Massimo Righetto, morto improvvisamente. Massimo è stato un giornalista e il direttore ed editore di Cafè Tv24 e Friuli Tv24.
Partendo da Padova, Massimo Righetto è stato un pioniere in Veneto delle radio private (quando la radio era "libera, ma libera veramente"...uno strumento affascinante e prezioso, che "liberava la mente, ma veramente" come cantava Eugenio Finardi), e della televisione locale.
Nel 1975, con il coinvolgimento del padre Giuseppe "Bepi" Righetto e dei fratelli Sandro, Sondra e Katuscia, aveva fatto nascere e dato vita a Radio Centrale, rinominata Radio Classic Fm nel 1987. Nel 1986, era stata vla volta di Radio Italia Uno.
Nel corso degli anni, il gruppo radiofonico si era ampliato con Radio Gemini, Radio Cafè, Radio Stereocittà e Radio Italia Uno, fino all'ingresso nel settore televisivo con Cafè Tv24 e Friuli Tv24. Peraltro, parecchi colleghi cronisti hanno mosso negli studi di Righetto i primi passi della loro carriera.
Speaker radiofonico, conduttore televisivo, imprenditore e comunicatore, Righetto è stato insignito del titolo di Cavaliere della Repubblica. In un tardivo ma gradito "risarcimento morale", per ciò che aveva vissuto e patito.
Massimo era un caro amico mio.
Ci conoscevamo e volevamo davvero bene da quando, "complice" il mio editore di allora, Adriano Canciani - alla metà degli anni Novanta -, ci eravamo conosciuti negli studi di Grande Italia Tv, a Limena, nell'hinterland padovano. Nell'emittente televisiva per cui lavoravo, all'epoca.
Praticamente, ero sempre in onda e sovraesposto. E Massimo Righetto ad un certo momento, mi aveva confessato, con malcelata ammirazione e un pizzico di stupore: "Non ho mai visto niente di simile a te in onda...". "Cioè?" gli avevo chiesto, incuriosito. "Beh, scusa sai. Quando mai si è visto in una trasmissione televisiva moderna, uno strano giovane conduttore che si esprime come fosse un poeta del dolce stil novo, e parliamo del 1200...".
Ci eravamo messi a ridere, di gusto.
Massimo era un uomo buono e geniale. Un imprenditore operoso e amichevole. Qualcuno capace di rischiare, sanamente, avendo il coraggio e forse la sfacciataggine della lungimiranza, che non è mai illusione. Non dunque, l’illusione di controllare il futuro, ma la capacità di prepararsi ad abitarlo con maggiore lucidità e umanità.
Un uomo visionario e ardito, con una sua dolcezza inconfondibile a velargli lo sguardo, come per un retaggio timido di malinconia. Come dando l'impressione di una costante sensazione di spaesamento. E voglia di fuga ovunque non sia qui e adesso.
C'era qualcosa di profondo che ci univa. E lui sapeva cosa.
Ma poi, su questa indicibile consonanza e questa sorta di parentela elettiva, innervata di dolore e rimorso, di concerto preferivamo sorvolare, glissare. Forse era per una condivisa reticenza. Forse suggestionati e più ancora impercettibilmente frantumati nell'io, da una nevrosi rimossa per modo di dire. Forse per una forma ombrosa di vigliaccheria. O, più facilmente e semplicemente, per il desiderio fragile e vulnerato, di non crogiolarci e specchiarci nelle "vesti dei fantasmi del passato". Sperando o, più fondatamente, illudendoci con una buona dose di superficialità indotta che, cadendo sul pavimento sporco dei pensieri, quelle vesti sofferte e sofferenti, lasciassero il "quadro immacolato".
Non poteva essere così. Non più.
E Massimo lo sapeva.
Non potevamo essere liberi, imbozzolati in un silenzio pregiudiziale.
Come lo sa, sulla sua pelle ulcerata, chiunque sia stato tradito dalla giustizia dell'uomo, che sa indossare la maschera orrida, atroce, beffarda del suo eccentrico contrario e immaginare di rimanere giusta.
Era il nodo cruciale del male del mondo e della sofferenza degli innocenti, in un confronto doloroso ed intrepido con le risposte degli uomini e quelle della fede.
Le foto a corredo di queste poche righe di commiato e ricordo, sono state scattate da Davide, il regista che ci aveva registrati, in quasi un'ora di intervista che Massimo mi aveva fatto, su "Alletre", la mia terza raccolta di poesie. Ne era rimasto molto colpito. A tratti, non nascondendo emozioni e commozione.
Lo voglio ringraziare ancora, per la generosità, l'onestà, la bontà e mitezza di chi sa cosa vuol dire rispettare il prossimo.
Dopo aver subito la lacerante mancanza di rispetto del potere di uomini empi che si credono onnipotenti, quando si beano del loro potere come in una volontà di dominio e quando ritengono che la giustizia abbia bisogno di "colpevoli" più che di verità. E non ricordano la lezione di Calamandrei: "La giustizia è una spada senza l'impugnatura. Perché ferisce anche chi la vuole usare per i pripri interessi".
Ciao caro Massimo, perché è incontestabilmente vero, che il tuo splendido cuore non sarà più in onda, ma... l'onda del tuo cuore, quella, non si fermerà mai più.
E ho l'ardire (...tu sorrideresti a sentirmi usare questo temine desueto), di pensare che questo del tuo "cuore eternamente in onda", è un enigma che non ci fa inermi, nella contemplazione del male e della sopraffazione. Ma semmai ci dona un enorme, incalcolabile valore, che ci riscatta.
Gianluca Versace
Giornalista e scrittore